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STORIA ANTICA

Caio Giulio Cesare a Corfinium

Dopo la Guerra Sociale, Corfinium, come le altre città italiche, fu trasformata in Municipium romano.  

Nel 49 d.C., Giulio Cesare, di ritorno dalla Guerra Gallica, dichiarato dal Senato "nemico della repubblica" per il suo rifiuto di licenziare le legioni se Pompeo, suo avversario politico, non avesse fatto altrettanto, oltrepassò il Rubicone[1] al grido di "Alea iacta est" ("Il dado è tratto"), occupò  Rimini, Pesaro, Ancona e Arezzo e marciò verso Corfinium, dove il generale pompeiano Lucio Domizio Enobarbo stava concentrando le forze militari sabelliche, come egli stesso racconta nei "Commentarii de bello civili" ("Domizio, di sua iniziativa, aveva raccolto circa venti coorti da Alba, dai Marsi, dai Peligni e dalle regioni circostanti")

 Pompeo, investito dei pieni poteri dal Senato, abbandonò Roma con i magistrati e buona parte dei senatori e si trasferì prima a Capua e poi a Luceria (in Apulia).

A Corfinium, Enobarbo, anziché raggiungere Pompeo, come questi gli aveva ordinato, decise di sbarrare la strada a Cesare e fece presidiare il ponte sull'Aterno, presso Popoli.

Cesare riuscì ad oltrepassare quel ponte e cinse d'assedio Corfinium. Quindi, informato che Sulmo avrebbe voluto passare dalla sua parte, ma il pompeiano Attio Peligno glielo impediva, vi mandò un contingente comandato da Marco Antonio.

E' ancora Cesare a riferire: "I Sulmonesi, appena videro le nostre insegne, aprirono le porte e tutti quanti, cittadini e militari, uscirono incontro ad Antonio rallegrandosi con lui" (De bello civili).

Quando Enobarbo si rese conto che non avrebbe potuto resistere all'assedio e che Pompeo non gli avrebbe mandato aiuti, si preparò a fuggire di nascosto insieme a pochi fedeli.

I soldati scoprirono il tradimento e decisero di arrendersi a Cesare, il quale, magnanimamente,  non saccheggiò Corfinium, né fece giustiziare gli ufficiali e i nobili pompeiani.

Corfinium restò Municipium e mantenne la sua importanza fino al disfacimento dell'Impero Romano (V sec.).

 

[1] Il Rubicone segnava il confine fra il territorio romano e la Gallia Cisalpina, e Cesare, per espresso divieto del Senato,  non poteva attraversarlo con l'esercito, ma solo come privato cittadino.

 

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